“E venne chiamata due cuori”


Guaritrice mi chiese: "Capisci quanto dura il sempre?"


"Sì, capisco."

"Ne sei certa?"

"Sì, lo capisco," ripetei.

"Allora possiamo dirti qualcosa
di più. Tutti gli umani sono spiriti in visita su questo mondo. Tutti
gli spiriti sono esseri eterni. Tutti gli incontri con altre persone
sono esperienze e tutte le esperienze sono legami eterni. La vera gente
chiude il cerchio di ciascuna esperienza. A differenza dei Mutanti, noi
non lasciamo nulla in sospeso. Se tu te ne vai via ospitando nel tuo
cuore sentimenti negativi verso un’altra persona e quel cerchio non
viene chiuso, questo si ripeterà in altri momenti della tua vita. Non
soffrirai una volta soltanto ma più e più volte finché non avrai
imparato. È bene osservare e imparare a diventare più saggi in
conseguenza di ciò che è accaduto. E bene rendere grazie, quello che tu
chiami benedire, e allontanarsi in pace."


E venne chiamata due cuori

(…) Mi spiegò poi come si sviluppava tale capacità. Capitava per esempio che un bambino di due anni desiderasse per sé il sasso legato a una corda con cui vedeva giocare un compagno. Se però tentava di portarglielo via, subito sentiva su di sé lo sguardo di disapprovazione degli adulti. Imparava così che la sua intenzione di appropriarsi senza permesso di qualcosa era nota a tutti, e da tutti giudicata inaccettabile. Quanto al secondo bambino, imparava a condividere le cose e a non attaccarvicisi, e, poiché aveva già avuto modo di divertirsi con il giocattolo e di immagazzinare il ricordo del divertimento, capiva che non era l’oggetto in sé a essere desiderabile, ma la sensazione di felicità che l’oggetto stesso gli procurava. (…)

da "E venne chiamata due cuori" – Marlo Morgan


“Come un romanzo” Daniel Pennac

Il tempo per leggere è sempre stato rubato.
Rubato a cosa?
Diciamo, al dovere di vivere.
Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere.

La lettura non ha niente a che fare con l’organizzazione del tempo sociale. La lettura è, come l’amore, un modo di essere.
La questione non è di sapere se ho o no il tempo per leggere, ma se mi concedo o no la gioia di essere lettore.

Il Dubbio (Luciano de Crescenzo)


«Siete voi il professor Barbieri?».


«Forse» rispose lui e così dicendo, con una sola parola, mi anticipò tutte le
sue idee.

In seguito, quando entrai
più in confidenza, fu lui stesso a darmi una spiegazione di quella prima
risposta dubitativa.

«Il saggio non nega e non
afferma, non si esalta e non si abbatte, non crede né all’esistenza di Dio, né
alla sua non esistenza. Il saggio non ha certezze, ha solo ipotesi più o meno
probabili».

«E allora che fa?» chiedevo
io.

«Aspetta».

Presi l’abitudine di andare
a fargli visita la prima domenica di ogni mese. Arrivando in treno da Milano, mi
facevo prestare la macchina da mia sorella e lo portavo a pranzo, a Torre del
Greco, alla Casina Rossa. In cambio di una zuppa di pesce e di un litro di
Gragnano, lui m’insegnava il Dubbio positivo.

Il suo pensatore preferito era Brisone, 
un filosofo del tutto introvabile sui manuali di filosofia.


«Brisone di Eraclea? Mi meraviglio che non lo conosciate! Fu il fondatore dello zeticismo: ebbe come allievi Pirrone di Elide e
Anassarco, e tanto vi dovrebbe bastare».


«E che cos’è lo zeticismo?»

«La scuola di pensiero di
coloro che "cercano sempre e non trovano mai". Zetetes infatti, in greco,
vuol dire "cercatore"».

«Ma che gusto c’è a cercare
e a non trovare?» obiettavo.

«La gioia non sta sulla
vetta ma nella salita, altrimenti gli scalatori si farebbero depositare dagli
elicotteri direttamente sul cocuzzolo delle montagne».


«E qual era l’insegnamento di Brisone?».


«Primo l‘epochè o sospensione del giudizio, secondo l’afasia o
rifiuto del parlare, e terzo l’atarassia o assenza dell’angoscia».

Con un capo famiglia che non
prendeva decisioni per nessun motivo al mondo, a mandare avanti la casa pensava
la signora Assunta, la moglie, una sarta specializzata in abiti da prima
comunione. I rapporti tra i due erano ormai di pura coabitazione: in pratica si
sopportavano a vicenda. Di tanto in tanto lei cercava di giustificarlo.


«Non pensatene male», mi diceva «fa l’ateo solo per spaventare la gente, ma è di
animo buono. Purtroppo gli piace meravigliare il prossimo e così facendo finisce
col farsi prendere in giro. Una volta invece, credetemi, era una persona tanto
intelligente».


«Mia moglie non distingue gli atei dagli agnostici» ribatteva lui un po’
schifato. «Ho tentato più volte di spiegarle la differenza tra chi non crede e
chi non sa
, ma quando quella lì non vuole capire una cosa non c’è niente da
fare: lei considera atei perfino i musulmani».

A proposito di Fede, un
giorno il professore mi portò in camera da letto a vedere il ritratto del suo
Santo protettore. Si trattava di una cornice a cassettone, stile impero, con
all’interno un punto interrogativo fatto tutto di lampadine colorate. Più sotto,
su una mensoletta, due lumini sempiterni, di quelli che si usano nei cimiteri.
Barbieri pigiò un pulsante e le lampadine di un punto interrogativo cominciarono
ad accendersi e a spegnersi.


«Chiedo scusa», disse la signora Assunta «ma io quel tabernacolo ce l’ho sullo
stomaco! Anzi, se proprio debbo dire la verità: lo odio!».


«Non datele retta, ingegnè, piuttosto non distraetevi e seguitemi» intervenne
Barbieri. «Il Punto Interrogativo è il simbolo del Bene, così come quello
Esclamativo è il simbolo del Male. Quando sulla strada vi imbattete nei Punti
Interrogativi, nei sacerdoti del Dubbio positivo, allora andate sicuro che sono
tutte brave persone, quasi sempre tolleranti, disponibili e democratiche. Quando
invece incontrate i Punti Esclamativi, i paladini delle Grandi Certezze, i puri
dalla Fede incrollabile, allora mettetevi paura perché la Fede molto spesso si
trasforma in violenza. E badate bene che io qui non sto parlando solo di Fede
religiosa, ma anche di Fede politica e di Fede sportiva, di qualsiasi tipo di
Fede insomma. Gli integralisti islamici, i tifosi di calcio, i brigatisti neri o
rossi, appartengono tutti a una stessa razza, quella che ritiene di essere la
sola a possedere la Verità, come se poi potesse esistere davvero una Verità
unica e incontrovertibile. Il Dubbio invece è una divinità discreta, è un amico
che bussa con gentilezza alla vostra porta. Il Dubbio espone con calma le sue
idee ed è pronto a cambiarle radicalmente non appena qualcuno gli dimostrerà che
sono sbagliate».


«Perdonatemi il gioco di parole, professore, ma ho qualche dubbio sul dubbio»
risposi io. «Prendiamo per esempio Cristoforo Colombo: solo la certezza di
trovare le Indie al di là dell’Atlantico lo indusse a partire. E fu proprio
questa certezza a dargli la forza di procedere sino in fondo. Poco importa poi
che i calcoli fossero sbagliati: lui partì lo stesso e finì con lo scoprire
l’America. Io credo che nessuna conquista sia mai possibile senza un minimo di
fede».


«E perché mai?»replicò Barbieri. «Non è il Dubbio la molla di ogni curiosità? A
proposito: la parola Dubbio, io la pronuncio con la D maiuscola, voi invece
usate la minuscola».


«E chi ve l’ha detto che uso la minuscola?».


«Lo capisco dal tono: voi dite "dubbio", moscio moscio, senza nessun entusiasmo,
non dite "Dubbio" così come lo dico io, forte e chiaro. E badate bene che la D è
una lettera da non sottovalutare; Dio, il Diavolo, il Dubbio, il Dopo sono tutti
concetti che cominciano per D».


«Il Dopo? Che cos’è il Dopo?».


«Il Dopo è la domanda numero uno, quella che ci angoscia. A proposito, ingegnè:
anche Domanda incomincia per D. Ma sentiamola questa Domanda: che cosa accadrà
Dopo? Vivremo una nuova vita Dopo? O ci annienteremo nel Nulla?».


«E qual è la risposta?».


«La risposta è "non lo so"».


«Un po’ deludente!».


«Perché mai? Che senso ha credere alla cieca, quando basta aspettare qualche
anno per conoscere la verità? Perché aver Fede in qualcosa che Dopo potrebbe
rivelarsi non vera?».


«Perché anche la Fede presenta i suoi vantaggi, toglie l’ansia ad esempio, e
perché, alla fin fine, pure il Dogma comincia per D».


Un giorno, dopo aver pranzato come sempre alla Casina Rossa, andammo a farci una
passeggiata al Vesuvio. La vista dell’Osservatorio era di quelle che facevano
venire voglia di piangere. Ogni cosa sembrava che fosse stata tirata a lucido
solo per noi: il panorama ci appariva come una cartolina ricordo, i mammelloni
vesuviani sembravano pezzi solidificati di panna montata di colore rossastro, e
Capri, Ischia e Procida galleggiavano felici.


«Come si fa a non credere in Dio di fronte a uno spettacolo simile?» esclamai.
«È mai possibile che a costruire tutta questa roba sia stato solo il Caso e
nient’altro che il Caso?».


«Il problema non si pone» rispose Barbieri. «Il Caso o il Destino, il Big Bang o
Nostro Signore, non fa alcuna differenza. Un giorno lo verremo a sapere. Quando
io combatto la Fede, non lo faccio perché non credo all’esistenza di Dio, ma
perché desidero "non riposarmi" sul dogma. Preferisco vivere dubitando piuttosto
che archiviare Dio come un dato acquisito. Vivo più io in compagnia dell’idea di
Dio che non un cattolico osservante».


«E si può vivere senza certezze?».


«Sì se si è capaci di sperare. D’altra parte voi siete in grado di nominarmi una
sola cosa della cui esistenza possiate essere certo?».


«Non ho capito la domanda» risposi io, non sapendo dove volesse arrivare.


«Mi potete citare un solo episodio, per quanto piccolo, che secondo voi sia
realmente accaduto?» ripeté Barbieri. «Non lo so… per esempio, che oggi, a
tavola, tutti e due abbiamo mangiato una spigola…».


«Perché lei se l’è già dimenticata?» chiesi io a mia volta, visto che, non solo
se l’era mangiata tutta, ma si era anche fatto portare la testa per spolparsela
con l’abilità di un chirurgo.


«Certo che non l’ho dimenticata! E colgo l’occasione per ringraziarvi. Ma siamo
davvero sicuri che abbiamo mangiato una spigola?».


«Perché non dovremmo esserlo?».


«Voi prima mi avete detto di credere in Dio…?».


«Sì, ci credo».


«Immagino che il vostro Dio sia Onnipotente».


«Se è Dio, è anche Onnipotente».


«Ebbene, un Dio Onnipotente, volendo, non potrebbe aver creato un mondo già in
funzione?».


«In che senso "già in funzione"?».


«Insomma», ribatté Barbieri un po’ spazientito «il nostro mondo, il cielo, il
mare, l’universo, tutto questo spettacolo che ci sta intorno, non potrebbe
essere stato creato proprio in questo preciso momento? Supponiamo per un attimo
che ognuno di noi sia nato adesso: alle 15,32 di oggi, con una memoria
prememorizzata nel cervello, grazie alla quale "crediamo" di aver già vissuto».


«In questo caso la spigola…».


«… crediamo di averla mangiata, ma nella realtà non è mai esistita: è solo una
delle tante immagini che la nostra memoria ha avuto in dotazione nel momento di
nascere».


«Ma è impossibile!».

«Nossignore, è improbabile».

Viaggio nel tempo…

Il più grosso del gruppo, Marek, disse:"Vuole spiegarci che cosa sta succedendo?".
"Ho idea che lei già lo sappia, dottor Marek", rispose Gordon. "O mi sbaglio?".
"Noi abbiamo trovato una pergamena vecchia di sei secoli vergata con la grafia del Professore. Con un inchiostro vecchio di sei secoli".
"Già ho saputo".
Marek scosse la testa "Il problema è che stento a crederci".
"Ormai", disse Gordon, "è tecnicamente possibile. E’ realtà. Si può fare". Si alzò dalla propria poltrona e si avvicinò al gruppo.
"Si riferisce al viaggio nel tempo?", domandò Marek.
"No", rispose Gordon. "Non mi riferisco affatto al viaggio nel tempo. Viaggiare nel tempo è impossibile. Lo sanno tutti".
"La nozione stessa di viaggio nel tempo è priva di senso, dato che il tempo non scorre. Noi crediamo che scorra per via di una particolarità del nostro sistema nervoso, relativa al modo in cui le cose ci appaiono. In realtà, il tempo non passa; siamo noi che passiamo. Il tempo, in sé, è invariabile. Semplicemente, è. Futuro e passato, perciò, non sono luoghi distinti, nel senso in cui lo sono, ad esempio, New York e Parigi. E siccome il passato non è un luogo, è impossibile raggiungerlo con un viaggio".
Nessuno aprì bocca. Rimasero immobili a fissarlo. "Questo punto è importante chiarirlo subito", disse Gordon. "La tecnologia ITC non ha nulla a che vedere con i viaggi nel tempo; non direttamente, almeno."Quel che noi abbiamo reso possibile è una sorta di viaggio ‘spaziale’. Per essere più precisi, sfruttiamo la tecnologia quantistica per produrre un mutamento di coordinate in un multiverso ortogonale".
Avevano gli occhi sbarrati.

[Tratto dal libro di Michael Crichton – "Timeline"]